ottobre

Andrea Tarabbia
martedì, novembre 03, 2009

Suzanne

Non si può suonare Suzanne, anzi, a volte non la si può nemmeno ascoltare, e spesso, confesso, quando metto su un disco di Leonard Cohen Suzanne è la traccia che mando avanti, o che, mentre viaggia, ascolto senza attenzione. (Ho sentito ieri sera le goffissime versioni che De André fece del capolavoro di Cohen e di Seems so long ago, Nancy – due sfregi sonori che gli si possono perdonare solamente in virtù della tanta bellezza che nel corso degli anni ha saputo regalare). Ascoltare Suzanne, o suonarla con la chitarra, è come fare la foto fingendo di sorreggere la torre di Pisa, è come piangere davanti a un tramonto, è come amare la classica solo per la Nona di Beethoven o il Requiem di Mozart, è come voler rifare parola per parola il monologo dell’Amleto. Suzanne è una canzone-icona, il manifesto di se stessa, la canzone che c’è anche quando non la si esegue. Quando Tiziano Scarpa ha scritto Stabat Mater, a un certo punto – dice – si è reso conto che non poteva non parlare delle Quattro Stagioni. E come si fa, oggi, a parlare delle Quattro Stagioni? – di quest’opera meravigliosa ma sovrautilizzata, di questa figura retorica dell’ascolto? Eppure – dice – bisognava farlo, trovare un modo per farlo. La stessa cosa, per me, accade con Suzanne. Quando, nell’agosto scorso, siamo andati a Venezia a sentire Cohen dal vivo, io ero convinto che non l’avrebbe fatta. Nella complicità con il suo pubblico, Suzanne doveva essere un sottinteso, un «fate conto che io l’abbia suonata». Sapete che l’ho scritta, che c’è – e questo basti. Tra l’altro i diritti d’autore non appartengono a Cohen. Gli furono rubati a New York e, dice lui, «It is probably appropriate that I don’t own this song». In scaletta ci sono venticinque canzoni e c’è anche Suzanne, anche se in realtà non è stata eseguita. Invece, a un certo punto, il vecchio Leo, a 75 anni, ha imbracciato la chitarra, ha improvvisato un intro sulle corde basse e poi, quasi di colpo, ha dato il via a quell’arpeggio che tutti hanno subito riconosciuto come proprio. Sta facendo Suzanne!, ho detto, La sta facendo davvero! Da solo con la chitarra, come se si volesse prendere una pausa nel magma sonoro del concerto, Leonard Cohen ha suonato una versione lenta, bassa e pensosa di questo capolavoro che non gli appartiene, riconciliandomi per quattro minuti con i tramonti, le torri di Pisa, gli Amleti, le None, i Requiem e tutto quello che, nel suo essere grande, a volte mi basta come accenno e come sottinteso.

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categorie: cohen
domenica, ottobre 25, 2009

Metto qui un mio articolo uscito oggi sul quotidiano Gli Altri a proposito di Tribù d'Italia. E', più o meno, il riassunto di quello che è successo e il rendiconto dei buoni propositi con cui siamo tornati a casa da Castiglioncello.

Werner Waas, attore tedesco con un passato di lotte politiche e spettacoli nel nostro paese, nel 2005 era tornato in Germania convinto che, ormai, l'Italia fosse un paese sfibrato, fermo e privo di futuro; è ritornato quando ha intravisto la possibilità, a Lecce, di dare vita alle Manifatture Knos, 4000 metri quadri di spazio in una ex scuola per metalmeccanici dove oggi, nonostante le difficoltà economiche e politiche, ci sono una radio, un bar, un teatro, e si fanno una rivista per bambini (Un, due, tre… stella!), «azioni di poesia» per le strade e una serie di eventi culturali e sociali che contribuiscono a mantenere viva una realtà altrimenti stanca e lasciata a se stessa; Sergio Bonriposi, responsabile del progetto milanese della Cascina Cuccagna, sta ristrutturando una cascina del Settecento chiusa tra i palazzoni di Porta Romana per portarvi la cultura del vivere lento e bene, per ospitarvi iniziative, un ristorante stagionale e in generale per provare a ridare a Milano una «piazza», un luogo di ritrovo dove le persone possano andare e riconoscersi; Antonio Catena e Serena Gaudino del Centro Hurtado di Napoli combattono contro la cultura dell'illegalità nei quartieri poveri del capoluogo campano, dove vige la legge dello spaccio, non ci sono spazi comuni e spesso l'unica via di sopravvivenza è affiliarsi alla camorra: ai ragazzi delle Vele di Scampia insegnano il bello della lettura, la cultura del lavoro e dello stare insieme allontanandosi dalle logiche malavitose imperanti. Quando entrano alle Vele, per qualche ora, il mercato della droga rallenta, perché molti ragazzi vanno a seguire le loro attività; il gruppo teatrale Laminarie di Bologna conta 14 operatori di strada, organizza laboratori volti alla conoscenza dei mestieri del teatro e ha fatto del teatro sociale in Bosnia durante l'ultima guerra; lo scrittore Franco Arminio e la sua Comunità Provvisoria vagano per le terre semiabbandonate dell'Irpinia e «danno attenzione» agli ultimi esseri umani rimasti, stanno con loro, leggono e provano a diffondere la bellezza; il progetto Suq, a Genova, da alcuni anni porta le culture del mondo nella città vecchia, mescolando le razze e gli stili e creando finalmente, a ridosso del porto, un luogo di incontro e di scambio tra le persone; il Gruppo volontario accoglienza immigrati di Lucca, invece, ha creato strutture di accoglienza e centri di ascolto per oltre 2000 persone seguendo il proprio credo: «Aiutare i cittadini stranieri a diventare cittadini inseriti. Aiutarli a trovare lavoro». Fanno prestiti a interessi zero proponendosi come garanti per i proprietari: in questo modo, in pochi anni, hanno aiutato un migliaio di persone a trovar casa e impiego nel lucchese. E così via.
Sono circa quaranta i gruppi, le associazioni, i teatri (per un totale di oltre cento persone) che sabato 17 e domenica 18 ottobre si sono ritrovati al castello Pasquini di Castiglioncello (LI), con il patrocinio di Armunia festival e della rivista «Il primo amore», e hanno dato vita al progetto «Tribù d'Italia», che ha coinvolto tra gli altri anche Lea Melandri, la poetessa Mariangela Gualtieri e l'attore Marco Baliani: due giorni per conoscersi, per capirsi e provare a immaginare un'Italia diversa da quella che siamo abituati a vedere: esiste infatti un paese sommerso (ma reale!) che è fatto di comunità attive, piene di voglia e capacità di fare in tutti i rami dell'agire umano, e che a Castiglioncello si è «seduto intorno allo stesso fuoco» per dar vita a una due giorni di discussione aperta e multidisciplinare, in cui si sono scambiate esperienze, condivise difficoltà e messe le basi, soprattutto, per un agire comune contro l'emergenza sociale, politica e di specie in cui siamo immersi. Coordinata dal fotografo ed editore Giovanni Giovannetti e dallo scrittore Antonio Moresco, «Tribù d'Italia» ha messo in evidenza quali sono i problemi e i bisogni di chi, oggi come oggi, propone una visione del mondo e uno stile di vita lontani da quelli imperanti, e improntati sull'attenzione per l'altro e sulla proliferazione della cultura in ognuna delle sue forme: il denaro, ovviamente, giacché quasi nessuna delle comunità in questione riceve aiuti pubblici e può aspirare a farlo; i luoghi, che spesso vanno letteralmente inventati e costituiscono uno dei nodi più indistricabili (si pensi ai numerosi teatri di produzione espropriati a Roma negli ultimi mesi, o anche ai ragazzi dell'Onda di Bologna, che nel loro spazio occupato – e più volte sgomberato – Bartleby stanno tentando di allestire degli atelier artistici, ma anche di lanciare una campagna sul reddito garantito); e la solitudine, perché spesso chi fa questo tipo di attività lo fa a fari spenti e in luoghi dove, quotidianamente, è costretto a confrontarsi con una realtà diffidente. Denominatore comune di tutte queste esperienze, si diceva, è una politica del fare, del scendere in piazza «nonostante tutto»: animati da una forte passione civile, i partecipanti a «Tribù d'Italia» rappresentano per molti versi la vera eccellenza del nostro paese, e si sono riuniti per connettersi, farsi conoscere, darsi man forte e dirsi chiaramente che, comunque vadano le cose, loro andranno avanti.
Cosa può nascere da un coacervo di tante esperienze così diverse e così lontane geograficamente tra loro? L'idea è quella di trovarsi periodicamente, di allargarsi e di intervenire concretamente nella vita del paese, portando il proprio «fuoco» dove ci sarà la possibilità di farlo. Per il momento, si sono già poste le basi per creare una rete, una comunità aperta (che confluirà presto nel sito www.tribuditalia.it) per lo scambio di pensieri, posizioni ma anche di azioni: un organismo pluricellulare italiano in grado di intervenire sul territorio sulla base di un sentire comune: quello che l'Italia è e può ancora essere un paese civile.
 

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categorie: italia, democrazia, rivista, in pubblico, le cose da fare, la possibilità di un fascismo
giovedì, ottobre 22, 2009

Storia di I.

I., 32 anni, laureata in giurisprudenza, lavora da un anno e mezzo (o due) presso uno studio commercialista nel paese dove vivo io. Nella primavera di quest’anno ha fatto quello che sta diventando uno degli errori più grossi della sua vita: si è sposata. Da quando questo è successo, la sua vita lavorativa è diventata, se possibile, un incubo ancora peggiore di quello che era stato fino ad allora (il suo capo, titolare dell’ufficio, è un conclamato idiota paranazista): non passa giorno che non le venga chiesto, senza nessun filtro: «Non starai mica pensando di farlo, eh?». L’allusione, più o meno esplicita a seconda dell’umore del suddetto idiota, è alla possibilità che I. rimanga incinta e vada di conseguenza in maternità. Esasperata dal clima che di mese in mese si è andato creando, e dal fatto che le è stato detto che la prossima testa che salterà, in ufficio, sarà la sua (perché non dà «garanzie»), I. da qualche tempo si è messa alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. In una serie di posti (altri studi commercialisti, notai e così via) non ha passato il primo colloquio, perché alla domanda «E la sua vita privata? È sposata?» ha risposto candidamente «Sì». Ultimamente, I. ha capito che la fede che porta al dito e la sua fertilità nell’Italia di oggi non sono conciliabili con la possibilità di trovare un posto di lavoro fisso. Così, per affrontare l’ultimo colloquio che ha fatto – presso la redazione di un ignobile quotidiano milanese, dove si candida per l’ufficio paghe e contributi – I. ha deciso di sfilarsi l’anello e di rispondere, a domande circa il matrimonio e i figli, semplicemente «No».

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categorie: italia, democrazia, la possibilità di un fascismo
martedì, ottobre 13, 2009

Tribù d'Italia

TribùTribù d’Italia
17/18 ottobre 09 (ore 9.30)
Castello Pasquini, Castiglioncello (LI).

Due giornate di incontro, sabato 17 e domenica 18 ottobre 2009, al Castello Pasquini di Castiglioncello (LI) per raccontare un Paese diverso da quello che si vede in superficie, fatto di persone che non si arrendono, che riescono non si sa per quale miracolo a mantenere la propria umanità e libertà, a tenere viva la capacità di sognare e di creare facendo, anche in mezzo a mille difficoltà e in condizioni di rischio. Persone che da sole o insieme a altre conducono difficili battaglie in ogni campo, nella vita sociale, nelle scienze, nella medicina, nelle università e nelle scuole, in rete e nella dimensione dell’invenzione artistica.. Parteciperanno teatranti, artisti ma anche operatori che lavorano nel sociale, nella medicina, nella scuola, nella ricerca, nella cooperazione internazionale.
Tribù d’Italia è un incontro-convegno, organizzato da Armunia festival di Castiglioncello e dalla rivista Il Primo Amore, con l’intento di mettere in contatto situazioni e persone che si muovono in una direzione e con un passo e un sentimento diversi da quelli che paiono dominanti. Le due giornate di Castiglioncello non saranno specialistiche o di settore. L’intento è quello di sparigliare i giochi chiusi e autoreferenziali, per attingere a forze differenti e contribuire a moltiplicarle.

La prima giornata sarà per raccontare le diverse esperienze e fare conoscenza. La seconda per inventare insieme forme di moltiplicazione, di contatto e di collaborazione, per ricreare un tessuto connettivo nell’Italia devastata di oggi.
Non ci sono “linee” predisposte, non c’è progetto preconfezionato, non si sa cosa ne verrà fuori, cosa potrà succedere mettendo in vasocomunicanzione e in moltiplicazione tutte queste energie personali e collettive. “C’è il bisogno di andare a inciampare in qualcos’altro, di sconfinare, di tentare, di inventare, di mettere in movimento questa possibilità e le sue sinergie nella situazione bloccata di questi anni”.

Se l’incontro darà frutti, vorremmo ripeterlo anche l’anno prossimo e magari trasformarlo in un appuntamento annuale. Nello stesso luogo -se ce ne saranno ancora le condizioni- oppure in modo nomade e itinerante, per andare a toccare in questo movimento altre realtà inaspettate e altre situazioni vive del nostro paese.

Oltre a Armunia e Il Primo amore parteciperanno (per adesso):

La rivista "Una città", Forlì
Spazio occupato Bartleby, Bologna
Manifatture Knos, Lecce
Cascina Cuccagna, Milano
Stop al consumo del territorio, Cassinetta di Lugagnano
Teatro Valdoca, Cesena
La rivista "Il tacco d'Italia" (Marilù Mastrogiovanni), Lecce
Associazione Olinda, ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, Milano
Comunità Le Piagge (don Alessandro Santoro), Firenze
Nerval teatro, Ravenna
Associazione Rialto Sant'ambrogio, Roma
Teatro delle Albe, Ravenna
Circolo Pasolini, Pavia
Compagnia Claudio Morganti
Centro Hurtado, Napoli, quartiere Scampia (Antonio Caferra e Serena Gaudino)
Associazione Lettera 22 (Attilio Scarpellini)
Gruppo teatrale Laminarie, Bologna
Compagnia della Fortezza "Carte Blanche", Volterra
Lea Melandri, Milano
Maria Pace Ottieri, Milano
Marco Baliani
Marco Deriu, Parma
Andrea Borsari, Modena
Claudia Orecchia, Roma
Giovanna Maria Gatti, Istituto Europeo di Oncologia
Maria Paola Pierini, Università di Torino
Maestri di strada (Cesare Moreno), Napoli
Incontri degli artisti del mercoledì (Maria Morganti), Venezia
e altri...

Info Armunia :
armunia@armunia.eu telef.0586754202 759021
Ufficio stampa Elisabetta Cosci telef. 0586753707 339 5711927 press@armunia.eu


Info Il primo amore:
ilprimoamore@gmail.com
tarabbia.andrea@gmail.com
venerdì, ottobre 09, 2009

Due considerazioni veloci su due premi Nobel di quest’anno. La prima, sul Nobel per la letteratura: di Herta Müller non posso parlare, perché non la conosco e non l’ho mai letta. Poche settimane fa, però, qualcuno – un amico, ma francamente non mi ricordo chi, so solo che eravamo a Bologna e che dunque dev’essere qualcuno che in un modo o nell’altro gravita su quella città – mi consigliò di leggere Il paese delle prugne verdi. Incuriosito, ma senza costanza, l’ho cercato in un paio di librerie senza trovarlo e l’ho ricacciato nei recessi della memoria. Adesso che ha vinto il Nobel, il consiglio mi è tornato in mente e sto ricominciando a cercarlo, perché a questo punto qualcosa mi spinge a credere che sarà un’ottima lettura – nonostante spesso le scelte dell’Accademia di Svezia mi lascino più che perplesso. La considerazione però è questa: l’anno scorso, il premio è andato a un altro autore misconosciuto agli italiani, Le Clézio, pubblicato da Instar; quest’anno, l’unico libro della Müller disponibile nella nostra lingua è edito da Keller, piccolo e interessante editore trentino. Se torno indietro nel tempo – e non di molti anni – mi accorgo che molto spesso a Stoccolma si premiano persone fondamentalmente sconosciute in Italia, oppure pubblicate in sordina da editori sperduti e con problemi di distribuzione. La domanda che mi pongo, molto estemporanea, è questa: ma perché succede sempre più spesso che i cosiddetti grandi editori «perdano per strada» degli autori che in altri paesi sono osannati e che addirittura arrivano a vincere il Nobel? Lo stato di salute di un’editoria si misura anche (e per quanto mi riguarda soprattutto) sul valore delle opere e degli autori che propone. Com’è che per due anni di fila – e altre volte in passato – veniamo a scoprire che siamo gli unici in ambito europeo a non sapere chi siano certe figure?

 

L’altra considerazione è sul premio per la pace a Obama. Martedì scorso, non so perché me lo ricordo, accendendomi una sigaretta sul balcone, mi sono detto: «Vuoi vedere che lo danno a lui?». Quando due anni fa vinse Al Gore, tutti ci chiedemmo come fosse stato possibile: «Alla fine ha fatto un documentario!» ci dicevamo. Obama ha fatto una serie di promesse, una serie di battaglie ipotetiche e di bellissimi discorsi. Intendiamoci: è una persona che mi ispira fiducia, anche se ho spesso la sensazione – ma forse è un problema mio – che sia un grande presidente in potenza, ma che in atto non abbia ancora cominciato a lavorare. È sicuramente una delle figure più vitali e positive tra quelle che la politica mondiale ha proposto da quando sono al mondo, ma il Nobel per la pace (forse l’unico Nobel più discutibile di quello per la letteratura), nella mia immaginazione, va a chi fa, a chi si sporca le mani. Quando l’hanno vinto Mandela, o Wiesel, o San Suu Kyi, o Menchu, secondo me non c’è stato niente da dire; oggi invece mi sembra che i soldi del premio, che a Obama non servono certo, avrebbero potuto essere girati, chessò, a qualcuno che oltre a lavorare per la pace «sul campo» ne ha magari veramente bisogno. C’è un corollario: per il terzo anno consecutivo il premio va a una carica politica e non a Organizzazioni piuttosto che a solitari paladini dei diritti umani. Questo, visto nell’ottica di chi il premio lo dà, è probabilmente un segnale, e allo stesso tempo, visto nell’ottica di chi il premio lo chiama senza essere degno non solo di detto premio, ma della parola e del rispetto che si devono a un essere umano, è anche uno specchio violento dell’abisso di disperazione e lontananza dal vero in cui l’Italia è ormai affondata.

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categorie: democrazia, nobel
martedì, ottobre 06, 2009

Il primo dio, l’ultimo, forse nessuno

Scrive Robert McAlmon, in una testimonianza resa nel 1968, che quello che più lo attirava di Emanuel Carnevali era il fatto che «era puramente italiano, e come tale privo di qualsiasi scrupolo ipocrita per la "morale", l' "anima" e la "coscienza". Se era senza un soldo e rubava a un amico libri di valore per venderli e comrparsi da mangiare e da bere, lo faceva senza rimorsi». In un'altra testimonianza, William Carlos Williams ricorda questo: «McAlmon pubblicò il libro di Em[anuel], che nessuno ricorda più, uno dei migliori esempi di – di che cosa? Di un libro, un libro che è tutto di un uomo, un uomo giovane, superbamente vivo. Condannato. Quando penso a ciò che si pubblica e si legge e si loda e, regolarmente, si premia, mentre un libro così resta sepolto sotto un mucchio di cadaveri, giuro di non voler più avere successo, sono disgustato, tornano le vecchie tentazioni. Che cos'altro può fare un libro per un uomo?»
Emanuel Carnevali era nato a Bologna nel 1897, emigrò negli Stati Uniti giovanissimo, visse povero, scrisse, divenne amico di Sherwood Anderson, Ezra Pound e di tutta quella fioritura di poeti e prosatori che negli anni dieci pose le fondamenta del Novecento americano; pubblicò in vita un libro solo, A Hurried Man, una raccolta di prose, poesie e brani critici fulminanti che è l'unica opera per così dire completa che ha lasciato. Testi di Carnevali si trovano poi su numerose riviste dell'epoca, soprattutto Poetry, di Chicago, dove tra l'altro lavorò alcuni mesi come redattore. David Stivender, a un certo punto, dopo la morte di Carnevali, inviò da New York alla sorella Maria Pia l'intero archivio delle opere manoscritte di Emanuel, perché ne facesse ciò che meglio credeva. Tra questi manoscritti, incompiuto, stava Il primo dio, l'opera autobiografica, pubblicata poi tra mille reticenze insieme a una scelta di versi, tre racconti e alcuni scritti critici per i tipi di Adelphi nel 1978. De Il primo dio esiste una seconda, remotissima seconda edizione del 1994, ma in generale, mi pare, su Carnevali è da tempo che è caduto un silenzio che – a sentire le parole di Williams – sembrerebbe incomprensibile.
Carnevali non è diventato uno degli scrittori più letti, ammirati e copiati della letteratura italiana dell'ultimo secolo per via di un'encefalite letargica che lo colpì quando aveva venticinque anni e (soprav)viveva negli Stati Uniti e lo costrinse a rientrare precipitosamente in Italia, per finire i suoi giorni tra istituti di cura e manicomi, con sempre meno possibilità non solo di scrivere, ma anche – sempre più involuto e imbottito di farmaci e circondato da malati – di pensare, concentrarsi e sentire. Non è diventato un classico della nostra letteratura, perché da subito, appena la padronanza dell'inglese glielo consentì, scrisse nella sua seconda lingua: quello che conosciamo di lui lo abbiamo in traduzione. In questo, Carnevali non è solo: anche un altro grande misconosciuto, Niccolò Tucci, anch'egli emigrato a New York e attanagliato dalle difficoltà economiche (benché collaborasse, tra l'altro, con il New Yorker), scrisse gran parte della propria opera in inglese. Anzi: per dissapori con alcuni editori italiani (che lo pubblicavano tagliuzzandolo) dal principio degli anni Sessanta vietò tramite il proprio agente la pubblicazione delle proprie opere in Italia. Before My Time (che comincia così: «I was born before my time, when my time came, the place was occupied by someone else; all the good things of life for which I was now fit had suddenly become unfit. It was always too early or too late.») è probabilmente il suo libro migliore, ma non lo sa quasi più nessuno – neppure io, che l'ho scoperto per caso per lavoro.
Entrambi, Tucci e Carnevali, che quasi non esistono, hanno lasciato un segno nella letteratura americana e non in quella italiana. Chi lascia un segno nella letteratura italiana?
Carnevali è stato spesso accostato a Dino Campana (per stile e destino) e ad Arthur Rimbaud, uno dei maestri riconosciuti da Emanuel. Ecco cosa scrive Carnevali, in un testo furibondo del 1919, sul poeta francese:
 
«(…) chi non si sia liberato della propria, inutile, soma, e non sia partito per una grande avventura non lo potrà capire. Io sono partito per una grande avventura e mi riesce, talvolta, d'impersonare un dio che, una volta, ho visto per un momento. (…) Rimbaud è l'Avvento della Giovinezza. Qualsiasi altra cosa al mondo, quasi, è sfiducia nella Giovinezza; diplomatici, uomini di stato, dirigenti di ogni genere, generali, sono tutti vecchi, perché sostengono stranamente che l'età avanzata sia maturità – come se una mela fosse matura quando è tutta raggrinzita.»
 
«Rimbaud disse gloriosamente che il conseguimento della poesia è il conseguimento della vita. Conoscere il proprio io e possederlo: l'immagine perfetta è la sensazione perfetta, la vita perfetta. Avere il proprio io, nei giorni della giovinezza, con ogni centimetro del proprio corpo in tensione, per guardare e ascoltare e interpretare (…).»
 
«Rimbaud è, per me, una preghiera a cose più belle di me, le cose perfettamente prive di vita, le cose prive di coscienza, belle. Che sono, com'erano in principio, i testimoni dell'originaria grandezza umana, eterni (privi di anima, e perciò immutabili) specchi. Le cose – che non sono Dio e che sono le uniche cui si possa rivolgere la nostra preghiera. Le cose – che sostengono il poeta:
Immergimi nella visione della mia giovinezza, comunicamela per sempre.
Fa' che io non torni con il resto alla fornicazione e all'oblio.
Fa' che io accetti la visione fino in fondo – fino, anche, alla follia.
Non uccidermi ubriacandomi di te, non soffocarmi con le parole della bellezza tua, quando son solo.
Fa' ch'io accetti "l'atroce morte dei fedeli e degli amanti"».
 
Ed ecco la sua voce, da Il primo dio:
 
«Un giorno, mentre parlavo sulle scale con la padrona di casa, tutt'a un tratto mi cadde in testa dall'alto un cuscino. Corsi di sopra e bussai alla porta della pensionante colpevole; quando mi sentii rispondere "Avanti", entrai. Sul letto c'era una donna nuda, nuda come il giorno ch'era venuta al mondo, e non era nemmeno uno spettacolo tanto piacevole. Anzi, era proprio un brutto pezzo di donna. Era grottesca. Teneva una pinta di birra sul comodino e fumava una terribile sigaretta, non tanto per sognare, quanto per buttare via il tempo. Le deturpava il ventre una gran cicatrice, e la sua stessa pelle, coperta com'era di una peluria bionda, richiamava alla mente l'idea della birra. Fu questo il mio secondo amore, nato nel disprezzo, nato nella laidezza, nato nella disperazione, nato per morire, perché non avevo altro di meglio da fare che morire.»
 
«E' giunta l'ora sacra: uno, due Gesù Cristi balzano sulle tavole, si versano un po' d'acqua ghiacciata sulle mani e tengono un discorso. Un tedesco, con tutta la goffaggine della sua razza, dà spettacolo da solo, una conferenza gonfia di disperazione ubriaca. Poveri Cristi, poveri creatori di religioni.»
 
«Cristo non ha mai cessato di essere immenso, per me, e penso che il Vangelo sia il libro più bello che sia mai stato scritto; tutto l'armamentario della divinità non ha fatto altro che danneggiare quell'uomo splendente che fu Cristo. La religione ha sempre torto, Cristo ha sempre ragione, anche quando parla in chiave minore del Regno dei Cieli. Non gli ho mai rivolto le mie preghiere, ma lui può benissimo farne a meno. Gesù Cristo è stato l'uomo più fiero di tutti i tempi: se è divino, ciò è dovuto unicamente alla sua fierezza.»
 
 
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categorie: letteratura, altrove, carnevali
domenica, settembre 13, 2009

In memoriam S. C.

La madre di un mio compagno delle scuole medie
 
mi ha bloccato in una strada del vecchio quartiere
 
dicendomi che suo figlio era morto.
 
Non si è sbilanciata più di tanto e mi ha invitato al funerale.
 
Mi è parso buona educazione accettare.
 
Una settimana dopo mi ha fermato sotto casa e con aria decisa
 
mi ha confidato che calzo lo stesso numero di piede del suo povero figlio,
 
così mi ha regalato due paia di scarpe e un giubbotto giallo.
 
Qualche sera fa sono finito in un bar di Milano e
 
ho abbordato una ragazza sudamericana molto sensibile
 
al mio nuovo giubbotto canarino. Ho stretto gli occhi
 
e le ho sussurrato che per i particolari non bado mai a spese.
 
 
***
 
 
Il mio amico Giulio si arrangiava mangiando ragni per pochi soldi,
 
con qualcosa in più si scolava un bicchiere di detersivo davanti
 
ai clienti del bar, ha impegnato la fede nuziale e ha preso lo scolo
 
per potere mangiare, odiava politici, froci, zingari e musulmani
 
non si è mai capito per cosa parteggiasse
 
forse solo per quell'albanese comprata e smontata
 
a piacere sulla branda buttata in fondo al cantiere.
 
 
***
 


Ho incontrato un mio vecchio compagno di calcio
 
alcuni mesi fa in un ristorante di Torino, abbiamo giocato insieme
 
per circa dieci anni, da altrettanti non ci si vedeva
 
ci siamo abbracciati e abbiamo ordinato da bere. Vive lì adesso, almeno
 
così mi ha detto, genitori e fratelli morti, una zia a Garbagnate e
 
qualche cugino vicino a Napoli, gli unici suoi gioielli.
 
Era già ubriaco. Nessuna donna, lavoro interinale e monolocale.
 
Poi mi ha domandato come me la passavo. A quel punto è caduto
 
dallo sgabello del bancone e si è fratturato femore e umore.
 
Ho pagato il conto, chiamato una autoambulanza e me ne sono andato
 
sapendo che non avrei potuto fare niente di più
 
quella notte, né per lui né per me. Quando giocavamo
 
insieme, entrambi difensori, non provavamo pietà per nessuno.
 
 
***


 
Era il capocannoniere acclamato dei tornei di calcio dell'intero isolato
 
anche se riceveva la pensione di invalidità per totale cecità,
 
riusciva a spaccare il parabrezza di una macchina a mani nude senza tagliarsi,
 
aveva la pelle delle braccia flaccida come asfalto fuso
 
tutti i ragazzi non più alti di così
 
lo chiamavano Aladino perchè risolveva ogni problema di vita con un buon consiglio.
 
E' morto straziato dal monossido di carbonio di una stufa a metano,
 
ha lasciato alla ex moglie una roulotte verde sbiadita e
 
dei cumuli di spazzatura grandi come piscine comunali.
 
Quando ero bambino mi ha biascicato che per innamorarsi
 
bisogna procedere alla molatura per ottenere una superficie liscia oppure
 
percorrere un'autostrada contromano in agosto.
 
Perché proprio in agosto non l'ho mai capito.
 
 
***
 


Aveva un piede valgo e studiava diteggiatura
 
mentre tramutava Ketamina liquida in cristalli per poi sniffarla
 
e mi chiese ad un tratto facendosi serio cosa ne pensassi
 
della situazione mediorientale e delle scarse risorse energetiche planetarie.
 
Mi sono tuffato sulla poltrona di elle marrone del salotto e
 
ho chiesto un pò di vino. Inizia la partita dell'Italia fra poco,
 
tutti in piedi a cantare qualcosa di diverso mangiandosi solfeggi e
 
salame: è solamente un'altra serata di calcio contaminato,
 
in attesa di una nuova leucemia.



Simone Cattaneo (1974-2009)
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giovedì, settembre 10, 2009

Sulla Lega

Di tutte le vergogne di cui si macchia quotidianamente questo paese, di tanto in tanto mi pare che la Lega sia la più vergognosa. Forse è perché la più longeva e la più immediatamente riconoscibile per via dei toni e dei colori. Forse, anche, perché è la più sottilmente volgare e pericolosa per il futuro di questo paese di bestie senza mandriano. Rispetto all’altra vergogna, Berlusconi, la Lega presenta una grossa differenza: mentre il premier è un uomo malato – l’unico uomo malato che non va aiutato – i leghisti sono in larga parte e verosimilmente sani. Fa eccezione Bossi, e tuttora non mi spiego come milioni di persone possano continuare a seguire i dettami di un babbuino che fatica ad articolare le parole e che avendo solo una mano completamente funzionante ha bisogno di qualcuno che lo aiuti ad andare in bagno; ma in generale i quadri e l’apparato di partito sono persone normali, che hanno il problema di essere razzisti, omofobi, stupidotti eccetera ma verosimilmente non sono tutti megalomani né disabili. La Lega è un problema e un pericolo perché contiene, in nuce, le caratteristiche del nazionalsocialismo, a cominciare dalle divise, dall’immediata semplicità del pensiero e degli slogan e dall’appoggio delle classi medie della parte ricca del paese.

Francamente non capisco come sia possibile che le persone che da anni seguono la Lega non si siano ancora stufate di sentirsi promettere il federalismo: è dall’89 che viene detto che il federalismo è lì, è dietro l’angolo. Dall’89. Nel frattempo sono successe moltissime cose, anche in Italia, tranne il federalismo. Non riesco a capire se in loro esiste davvero questa idea, questo possibile sviluppo, questa credenza. Davvero non avete capito che vi stanno prendendo per il culo? Sono passati vent’anni! Non è successo un cazzo e non succederà! In questi vent’anni, vi hanno anche insegnato a odiare Roma ladrona… da Roma.

Se ci faccio caso, mi accorgo che la Lega funziona a periodi di cinque-sei mesi: ogni una-due stagioni, cambiano i ritornelli con cui massacra le orecchie degli italiani. Rimangono ben saldi i principi su cui questi ritornelli si basano: il razzismo, l’omofobia eccetera, ma i contenuti superficiali delle comunicazioni variano, l’attenzione dei media e delle persone viene dirottata su temi sempre un po’ diversi. All’inizio era importantissimo il concetto di terra: la Padania. La Padania è un luogo nero dell’anima, una distopia inventata da Bossi e Miglio, un non-luogo dove convogliare le forze brute della classe media ignorante e produttiva. La Padania è un luogo e un nome inventati per dare una terra a chi non aveva mai pensato di averne. È stato inventato anche il nome: quella che ormai tutti riconoscono come Padània, è la vecchia, cara, noiosa e piatta Padanìa, terra dignitosa solo se vista dall’aereo (perché tutti gli appezzamenti di terra, i campanili, e questa tavola verde segmentata dai fiumi e dai laghi e addossata alle Alpi dall’alto sono belli) e se trasfigurata nei racconti di chi la sa raccontare. La Padanìa – che non esiste come luogo dell’anima, ma solo come luogo geografico: d’altronde che cos’hanno in comune uno di Ferrara e uno di Asti? Uno di Venezia e uno di Varese? Niente. E se hanno in comune qualcosa, tra uno di Torino e uno di Ravenna passa la stessa differenza che passa tra lo stesso di Ravenna e uno che con la Padanìa non ha niente a che fare perché è di Teramo. Poi è diventata importante la secesiùn, subito annacquata in quel concetto di federalismo da sempre brandito come un cavallo di battaglia e mai davvero desiderato. Adesso è il momento del dialetto, l’ultima crociata. Che la Lega abbia dei problemi di orientamento linguistico è cosa nota: basti pensare, appunto, che il suo credo è fondato su un accento errato. È di ieri l’ultima uscita: «Gli immigrati imparino il dialetto per integrarsi» o qualcosa del genere. Frasi di questo tipo, non molti anni fa, avrebbero scatenato un putiferio, la chiesa si sarebbe mobilitata, l’idiota che l’ha pronunciata sarebbe stato bacchettato pubblicamente e costretto a ritrattare. Invece, oggi, i leader di un partito xenofobo possono permettersi di passare l’estate a diffondere odio verso lo straniero brandendo la stele del dialetto come effigie senza che nessuno dica niente. Ma non esiste, il dialetto come principio unificatore. A Saronno si parla una variante del milanese che non è del tutto uguale al milanese; se si sale di venti chilometri, si parla, a Como, una deviazione di questa variante, frammista di ticinese e di vocaboli presi dai recessi del lago. Se vado a Padova, io, padano, non capisco un cazzo, così come un vicentino in gita a Cuneo. L’unità attraverso i dialetti non esiste. Il sogno geopolitico della Lega è un ritorno brutale al feudalesimo. È un salto indietro di centinaia di anni. Non trovo, in questa crociata, nessun fondamento né linguistico, né culturale, né politico, né antropologico. Questa mia convinzione è corroborata da un fatto molto semplice eppure per me fortemente indicativo: la Lega porta avanti da decenni questo ritornello, e lo fa in italiano. Il suo organo ufficiale, La Padània, è scritto in italiano. I suoi comizi e i suoi ritrovi, dal Monviso a Pontida, sono condotti in italiano. I documenti che produce sono in italiano. I suoi leader si rivolgono ai loro elettori in italiano. Dove sta, allora, la forza dirompente della coesione del popolo padano? Su cosa si basa? Sulla lingua italiana. Questo vale anche se si prendono in considerazione le singole città, i singoli paesi: i rappresentanti politici locali della Lega, rivolgendosi al proprio elettorato (con cui avrebbero verosimilmente in comune il dialetto), parlano e scrivono in italiano, infarcendolo di espressioni locali che fanno colore, ma che non sono mai il nerbo linguistico delle comunicazioni. In questo semplice fatto sta, perlomeno in linea teorica, il fallimento di un’idea e di un partito, che tuttavia non fallisce e anzi, è senza dubbio il fenomeno politico più importante degli ultimi vent’anni.

 

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categorie: italia, lingua italiana, luoghi, democrazia, lega, la possibilità di un fascismo
venerdì, agosto 21, 2009

Copy in Italy

 

 

Autori italiani nel mondo dal 1945 a oggi

 

Milano, Biblioteca Nazionale Braidense

 

Una mostra con 20 autori, oltre 500 immagini,

due convegni internazionali e 1500 copertine

 

24 agosto - 20 ottobre 2009

 

Apertura riservata alla stampa:

 lunedì 24 agosto, ore 12.00

 

Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori presenta presso la Biblioteca Nazionale Braidense  e in concomitanza con il 75° convegno dell’IFLA (International Federation of Library Associations) un percorso nella editoria internazionale che mette in evidenza la diffusione della lingua e della cultura italiane nel mondo nella seconda metà del XX secolo, centrando l’attenzione sugli scrittori italiani più conosciuti e amati all'estero.

La mostra Copy in Italy. Autori italiani nel mondo dal 1945 a oggi si apre presso la Biblioteca Nazionale Braidense il 24 agosto, e propone un approfondimento sul tema della traduzione e della diffusione della produzione intellettuale italiana degli ultimi sessant’anni, facendo il punto con una serie di testimonianze e di lavori critici su alcuni casi emblematici e offrendo una testimonianza del ruolo svolto dalla mediazione editoriale nell’esportazione della cultura italiana nel mondo.

Da Primo Levi a Umberto Eco, da Italo Calvino a Roberto Saviano, da Giovannino Guareschi ad Andrea Camilleri, da Giuseppe Tomasi di Lampedusa a Gianni Rodari, l’Italia del secondo dopoguerra ha esportato autori e opere che si sono impresse nella memoria collettiva e hanno contribuito a definire l’immagine dell’Italia all’estero.

Grazie al lungo lavoro di ricerca che ha preceduto la mostra, il visitatore può ammirare oltre 1500 copertine, 120 pannelli espositivi, 500 immagini, più di 180 volumi esposti, raccontati da oltre 20 autori.

Premessa teorica del lavoro è un percorso a ritroso lungo la filiera editoriale per analizzare con un approccio innovativo la diffusione della cultura italiana.

 

Il progetto della mostra ha visto coinvolti: Regione Lombardia, Associazione Italiana Editori, Associazione Italiana Biblioteche, Fondazione Cariplo, Triennale di Milano, Università degli Studi di Milano, Università Bocconi, Politecnico di Milano, Università La Sapienza di Roma.

 

L’allestimento propone alcuni percorsi individuati tra le migliaia di copertine degli autori italiani tradotti in tutto il mondo, raccolte e catalogate in anni di lavoro, negli archivi privati e nelle biblioteche storiche delle case editrici: un cammino attraverso le “traduzioni visive” legato all’analisi dei flussi di vendita che individuano i generi di maggior successo, le aree geoeditoriali più attente alla produzione italiana, il ruolo delle coedizioni, il rapporto tra import e export grazie ai dati forniti dall’Ufficio studi AIE.

 

Nella galleria di immagini si incontrano copertine di particolare rarità come quella di Don Camillo e il suo gregge in polacco, stampata in Gran Bretagna e diffusa clandestinamente, o volumi come Il barone rampante di Calvino con dedica del primo traduttore argentino, o le diverse edizioni di Conversazione in Sicilia di Vittorini, che disegnano un’inedita immagine dell’isola.

 

Altri pannelli hanno come fulcro alcune tematiche fondamentali legate alla diffusione dell’italianità nel mondo: il grande successo del "noir mediterraneo" a livello mondiale, la sorprendente vitalità degli autori italiani per l’infanzia (da Rodari a Stilton!), il ruolo degli agenti letterari e degli editori nella vendita dei diritti, l’editoria religiosa, il ruolo delle trasposizioni cinematografiche, l’eccellenza rappresentata dai libri d’arte e d’architettura.

 

A lato della mostra, si terranno due convegni internazionali che riguardano autori italiani molto amati anche all’estero: Giovannino Guareschi e Andrea Camilleri.

Il 22 settembre, presso lo Spazio Oberdan di viale Vittorio Veneto 2, a Milano, si terrà il convegno dal titolo Mondo piccolo, grande schermo. La fortuna internazionale di Giovannino Guareschi, tra cinema e letteratura, a cui parteciperanno Peter Bondanella, Luigi Ganapini, Jean Gili e Gerhard  Midding, coordinati da Paolo Mereghetti e con una testimonianza di Andrea Vitali.

L’8 ottobre avrà luogo presso il Salone d’Onore della Triennale di Milano, in viale Alemagna 6, La sfida di Camilleri convegno internazionale dedicato a uno degli autori italiani più tradotti, in cui Mauro Novelli animerà il confronto tra alcuni traduttori dello scrittore siciliano come Serge Quadruppani, Moshe Khan, Barbro Andersson e Stephen Sartarelli.

 

Il catalogo "Copy in Italy. Autori italiani nel mondo 1945- 2009", è edito da Effigie, (17 x 24 con risvolti - pp. 252, 150 immagini, euro 35)

 

Parallelamente alla mostra della Biblioteca Nazionale Braidense, la Triennale di Milano con La Triennale di Milano nelle lingue del mondo 1933-2009 offre l'occasione a un vasto pubblico non soli di addetti ai lavori di conoscere la Biblioteca del Progetto e la ricchezza del suo patrimonio attraverso una selezione di libri, riviste e materiali grafici che documentano le partecipazioni straniere nelle diverse edizioni della Triennale e il suo processo di internazionalizzazione.

 

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categorie: segnalazioni
giovedì, luglio 09, 2009

Vabbé, cantiamoci su

Stesso autore, stessi tempi tecnici, umore un po' diverso.
postato da: tereso alle ore 11:23 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: democrazia
martedì, luglio 07, 2009

Il grado zero

A tratti è una lettura umiliante (per chi legge): Italia dall'estero è un sito fatto da alcuni ricercatori italiani fuggiti oltreconfine per lavorare e che, con abnegazione, traducono da tutte le lingue del mondo gli articoli sull'Italia per come compaiono nei quotidiani dei Paesi che li ospitano. Questi quotidiani, per inciso, sono di qualunque orientamento politico. Il sito è da tempo nella lista dei miei link ma, chissà perché, oggi mi viene di segnalarlo meglio.
Ne viene fuori un paese bambino, razzista, inconcludente e caciottaro. Qualcuno se la ride di noi; altri - e qui sta il punto - ci guardano come si guarda una dama decaduta e, letteralmente, ci piangono.
postato da: tereso alle ore 20:23 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: italia, altrove, democrazia
venerdì, luglio 03, 2009

Poche note e sfilacciate. In questo periodo sto lavorando con ritmi e intensità mai provate prima. Si tratta di un progetto molto grosso che sto portando avanti con la Fondazione Mondadori, e che per colpe non nostre ha subito e subisce ritardi pazzeschi a fronte di tempi di consegna prefissati e imprescindibili. Mi ritrovo otto-nove ore al giorno, e spesso anche i sabati e le domeniche, immerso nelle cose da fare. Se non fosse che, per un motivo che non conosco, riesco senza troppi problemi a suddividere il cervello in tante scatole diverse, credo che questo lavoro negli ultimi due mesi mi avrebbe letteralmente travolto. Va da sé che ho lasciato indietro alcune cose, tra le quali quelle più urgenti sono un progetto di ricerca all’università – di cui ho consegnato metà del testo un mese fa e che difficilmente potrò riprendere con cognizione prima di settembre –, il primo amore, e la lettura del manoscritto di un amico, che langue sul pc da aprile e che sto continuando a rimandare perché per quello, al momento, la scatola non c’è.

 

Nel mezzo, succede che si vive e che succedono delle cose: ad esempio che sto finendo un altro grosso progetto (a cui lavoro fattivamente da otto-nove mesi, ma che preparo da tre anni) e che nel frattempo riesco, con qualche difficoltà, a tenermi aggiornato – benché in modo non ortodosso – sul mondo.

 

Undici giorni fa a Saronno le elezioni comunali le ha vinte il candidato sindaco di centrosinistra. Da stamattina, il sindaco non c’è più, e si prevede un commissariamento di qualche mese: a primavera si faranno nuove elezioni, e onestamente oggi come oggi credo che il bonus sia stato sprecato e che l’occasione non si ripeterà più. La vittoria di Luciano Porro (con tutte le perplessità che la sua persona e il suo retroterra cattolico mi infondevano) era stata una specie di riscatto per tutti, e soprattutto era avvenuta in condizioni tali per cui o il centrosinistra vinceva questa volta oppure non avrebbe vinto più. Ebbene, il centrosinistra ha vinto, il centrosinistra in questo momento non governa, il centrosinistra non ci sarà più. È successo che, molto «democraticamente», al primo turno il centrodestra aveva preso più consiglieri del centrosinistra, e che dunque in consiglio Porro e i suoi erano in minoranza. Tutti – e dico TUTTI – i consiglieri di centrodestra questa mattina hanno presentato le dimissioni (cosa legittima dal punto di vista della democrazia) e il consiglio è caduto. Il risultato, come ho detto, è il commissiariamento.

 

Immaginate di vivere nella provincia di Varese. Immaginate di essere circondati da camicie verdi, azzurre quando non nere. Immaginate che all’improvviso e incredibilmente questi subumani siano costretti a fare un passo indietro. E poi immaginate che non è vero niente.

 

La notizia era nell’aria, ma l’ho scoperta per certa solo ieri sera. Ieri è stato anche il giorno in cui lo stato italiano ha messo fuorilegge i clandestini, è stato il giorno di nuove scosse in Abruzzo e di altri decessi a Viareggio, in quella tragedia così facilmente spendibile come metafora del paese. È stato anche il giorno, ieri, in cui il collega con cui lavoro al progetto a cui accenno del primo di questi paragrafi venendo a una riunione è caduto in bicicletta e si è rotto l’omero destro.

 

In tutto questo caos di cose e di merda, sempre ieri, Tiz ha vinto il premio Strega, forse uno dei pochi realmente meritati e non baronali degli ultimi anni. Almeno questo. Stabat mater è un bellissimo libro, poetico e forte e musicale e compatto. Tiz è uno di quelli che è riuscito, nella letteratura italiana di questi anni plumbei, a rimanere vero. E vivo.

 

postato da: tereso alle ore 22:08 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: italia, democrazia
martedì, giugno 30, 2009

La villetta, il cortile, il campanile e il fascismo

Gerenzano è un paesotto della sordida provincia di Varese, sufficientemente vicino a Milano per doverne dipendere e altrettanto sufficientemente ottuso da essere governato – da anni e con percentuali sbalorditive – da una giunta leghista. Per fare un esempio tra i tanti, a Gerenzano ogni lunedì pomeriggio è attivo dalle 18,30 alle 19,30 un numero telefonico al quale i cittadini possono rivolgersi per denunciare la presenza di clandestini e individui sospetti all’interno del territorio comunale. In questo, Gerenzano assomiglia pericolosamente a Turate – il paese confinante – dove, anziché un numero di telefono, il Comune ha addirittura messo a disposizione uno sportello dove (mi pare il giovedì) i turatesi possono avvisare le forze dell’ordine della presenza di individui di altro colore e/o religione. Da qualche anno, a Gerenzano, l’organo di informazione cittadina si è trasformato – da periodico comunale che dava spazio alle varie (e oltremodo poche) iniziative sportive, culturali e parrocchiali – in una sorta di megafono della giunta: «Filodiretto coi cittadini» è insomma un periodico che sindaco, assessori e consiglieri di maggioranza utilizzano per raccontare il proprio operato ai gerenzanesi senza possibilità per nessuno di ribattere o di dire la propria (specialmente se questo «nessuno» appartiene allo sparuto gruppo dell’opposizione). Sul n. 1 del maggio 2009 (anno 7) di «Filodiretto» è comparso il seguente articolo, che, nei toni come nei contenuti, mi pare racconti meglio di ogni altra cosa il punto tragico a cui siamo arrivati. La firma, come si vede, è dell’assessore con delega alla sicurezza Cristiano Borghi, che non conosco, ma che so avere poco più di trent’anni. Lo riporto così com’è, senza commentarlo, sorpreso dal fatto che, ormai, affittare una casa possa essere un fiero gesto di opposizione.

[A.T.]

 

 

Noi abbiamo chiuso le porte… ma molti gerenzanesi le hanno aperte

 

Questa amministrazione monocolore leghista, che guida il Comune ormai da diversi anni, non ha mai – e sottolineo mai – agevolato l’afflusso nel nostro paese degli extracomunitari. Tanto è vero che:

 

-          Non ha mai costruito con i soldi dei gerenzanesi case popolari, in quanto vi era il pericolo che ai primi posti della graduatoria, stilata in base a determinati punteggi (redditi bassi, figli a carico ecc.) ci fossero sempre i soliti noti, ovvero le case sarebbero spettate di diritto non, per esempio, ai nostri anziani, ma a persone che non hanno pagato le tasse nel nostro paese non contribuendo, quindi, alla sua crescita.

-          A differenza degli altri Comuni del circondario, non abbiamo mai destinato terreni per la costruzione di moschee e destinato edifici come luoghi di culto agli extracomunitari di religione islamica, nonostante ci fossero giunte richieste di questo genere.

-          Non abbiamo mai destinato terreni all’interno del Comune di Gerenzano per la sosta, anche solo temporanea, degli zingari: i nomadi che arrivano e sostano all’interno del territorio comunale devono lasciare il paese entro 48 ore.

-          Abbiamo contribuito a rivalutare anche dal punto di vista culturale i nostri cortili, attribuendo ad ognuno di essi il vecchio nome utilizzato dai nostri anziani e poi riprodotto su una targa in terracotta posta all’entrata dei cortili stessi. Per rivalutarli dal punto di vista estetico però devono intervenire i proprietari che – in alcuni casi – piuttosto che mettere mano al portafogli e dare una rinfrescata alle proprie abitazioni, hanno pensato bene di venderle o di affittarle agli extracomunitari.

-          L’assessore competente, la Polizia Locale e i funzionari degli Uffici Comunali vanno personalmente, casa per casa, a controllare le residenze e le idoneità degli alloggi: tanto è vero che, con le Forze dell’Ordine, abbiamo fatto diversi sgomberi e anche sequestrato ben cinque appartamenti, anche grazie alle nuove leggi molto più severe con l’immigrazione clandestina, approvate recentemente dal Governo.

-          Non ha mai favorito gli extracomunitari sotto il profilo dei contributi o dei sussidi economici.

 

Noi abbiamo fatto e continueremo a fare il nostro dovere… ma i gerenzanesi fanno il loro? Non rendete vani i nostri sforzi: chi ama Gerenzano non vende e non affitta agli extracomunitari… Altrimenti avremo il paese invaso da stranieri e avremo sempre più paura ad uscire di casa!

 

L’assessore con delega alla Sicurezza

Cristiano Borghi

postato da: tereso alle ore 15:47 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: democrazia
giovedì, giugno 25, 2009

Puzza.

Tengo tra le mani un grosso libro per bambini in edizione rilegata, pieno di colori, di personaggi e di animali. È l’edizione cinese di un libro italiano, una delle numerose traduzioni della saga di un topo che da molti anni la fa da padrone nelle classifiche di vendita e nell’immaginario dei bambini italiani e stranieri. Sulla sovraccoperta, in basso, un bollo colorato avvisa i suoi piccoli lettori che questo non è un libro normale: è un libro profumato. All’interno ci sono sedici pagine che i bambini italiani e cinesi possono sfregare per sentire, avvicinando il naso, otto puzze e otto profumi: c’è l’odore del cioccolato, ad esempio, o quello della brezza di mare. Quando nella storia compare una fragola, i bambini possono sentire la riproduzione del suo odore. Lo tengo in mano, lo rigiro, lo apro. Ai bambini cinesi interessano le stesse puzze e gli stessi profumi che interessano ai bambini italiani? Io credo di no, l’editoria crede di sì. Ma soprattutto: anche i bambini cinesi sono già arrivati al punto in cui gli odori, per sentirli, se li devono far comprare?

postato da: tereso alle ore 21:04 | link | commenti | commenti
categorie: altrove
martedì, giugno 23, 2009

Ciao, Renoldi

postato da: tereso alle ore 22:41 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: democrazia

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