Non si può suonare Suzanne, anzi, a volte non la si può nemmeno ascoltare, e spesso, confesso, quando metto su un disco di Leonard Cohen Suzanne è la traccia che mando avanti, o che, mentre viaggia, ascolto senza attenzione. (Ho sentito ieri sera le goffissime versioni che De André fece del capolavoro di Cohen e di Seems so long ago, Nancy – due sfregi sonori che gli si possono perdonare solamente in virtù della tanta bellezza che nel corso degli anni ha saputo regalare). Ascoltare Suzanne, o suonarla con la chitarra, è come fare la foto fingendo di sorreggere la torre di Pisa, è come piangere davanti a un tramonto, è come amare la classica solo per la Nona di Beethoven o il Requiem di Mozart, è come voler rifare parola per parola il monologo dell’Amleto. Suzanne è una canzone-icona, il manifesto di se stessa, la canzone che c’è anche quando non la si esegue. Quando Tiziano Scarpa ha scritto Stabat Mater, a un certo punto – dice – si è reso conto che non poteva non parlare delle Quattro Stagioni. E come si fa, oggi, a parlare delle Quattro Stagioni? – di quest’opera meravigliosa ma sovrautilizzata, di questa figura retorica dell’ascolto? Eppure – dice – bisognava farlo, trovare un modo per farlo. La stessa cosa, per me, accade con Suzanne. Quando, nell’agosto scorso, siamo andati a Venezia a sentire Cohen dal vivo, io ero convinto che non l’avrebbe fatta. Nella complicità con il suo pubblico, Suzanne doveva essere un sottinteso, un «fate conto che io l’abbia suonata». Sapete che l’ho scritta, che c’è – e questo basti. Tra l’altro i diritti d’autore non appartengono a Cohen. Gli furono rubati a New York e, dice lui, «It is probably appropriate that I don’t own this song». In scaletta ci sono venticinque canzoni e c’è anche Suzanne, anche se in realtà non è stata eseguita. Invece, a un certo punto, il vecchio Leo, a 75 anni, ha imbracciato la chitarra, ha improvvisato un intro sulle corde basse e poi, quasi di colpo, ha dato il via a quell’arpeggio che tutti hanno subito riconosciuto come proprio. Sta facendo Suzanne!, ho detto, La sta facendo davvero! Da solo con la chitarra, come se si volesse prendere una pausa nel magma sonoro del concerto, Leonard Cohen ha suonato una versione lenta, bassa e pensosa di questo capolavoro che non gli appartiene, riconciliandomi per quattro minuti con i tramonti, le torri di Pisa, gli Amleti, le None, i Requiem e tutto quello che, nel suo essere grande, a volte mi basta come accenno e come sottinteso.
I., 32 anni, laureata in giurisprudenza, lavora da un anno e mezzo (o due) presso uno studio commercialista nel paese dove vivo io. Nella primavera di quest’anno ha fatto quello che sta diventando uno degli errori più grossi della sua vita: si è sposata. Da quando questo è successo, la sua vita lavorativa è diventata, se possibile, un incubo ancora peggiore di quello che era stato fino ad allora (il suo capo, titolare dell’ufficio, è un conclamato idiota paranazista): non passa giorno che non le venga chiesto, senza nessun filtro: «Non starai mica pensando di farlo, eh?». L’allusione, più o meno esplicita a seconda dell’umore del suddetto idiota, è alla possibilità che I. rimanga incinta e vada di conseguenza in maternità. Esasperata dal clima che di mese in mese si è andato creando, e dal fatto che le è stato detto che la prossima testa che salterà, in ufficio, sarà la sua (perché non dà «garanzie»), I. da qualche tempo si è messa alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. In una serie di posti (altri studi commercialisti, notai e così via) non ha passato il primo colloquio, perché alla domanda «E la sua vita privata? È sposata?» ha risposto candidamente «Sì». Ultimamente, I. ha capito che la fede che porta al dito e la sua fertilità nell’Italia di oggi non sono conciliabili con la possibilità di trovare un posto di lavoro fisso. Così, per affrontare l’ultimo colloquio che ha fatto – presso la redazione di un ignobile quotidiano milanese, dove si candida per l’ufficio paghe e contributi – I. ha deciso di sfilarsi l’anello e di rispondere, a domande circa il matrimonio e i figli, semplicemente «No».
Tribù d’ItaliaDue considerazioni veloci su due premi Nobel di quest’anno. La prima, sul Nobel per la letteratura: di Herta Müller non posso parlare, perché non la conosco e non l’ho mai letta. Poche settimane fa, però, qualcuno – un amico, ma francamente non mi ricordo chi, so solo che eravamo a Bologna e che dunque dev’essere qualcuno che in un modo o nell’altro gravita su quella città – mi consigliò di leggere Il paese delle prugne verdi. Incuriosito, ma senza costanza, l’ho cercato in un paio di librerie senza trovarlo e l’ho ricacciato nei recessi della memoria. Adesso che ha vinto il Nobel, il consiglio mi è tornato in mente e sto ricominciando a cercarlo, perché a questo punto qualcosa mi spinge a credere che sarà un’ottima lettura – nonostante spesso le scelte dell’Accademia di Svezia mi lascino più che perplesso. La considerazione però è questa: l’anno scorso, il premio è andato a un altro autore misconosciuto agli italiani, Le Clézio, pubblicato da Instar; quest’anno, l’unico libro della Müller disponibile nella nostra lingua è edito da Keller, piccolo e interessante editore trentino. Se torno indietro nel tempo – e non di molti anni – mi accorgo che molto spesso a Stoccolma si premiano persone fondamentalmente sconosciute in Italia, oppure pubblicate in sordina da editori sperduti e con problemi di distribuzione. La domanda che mi pongo, molto estemporanea, è questa: ma perché succede sempre più spesso che i cosiddetti grandi editori «perdano per strada» degli autori che in altri paesi sono osannati e che addirittura arrivano a vincere il Nobel? Lo stato di salute di un’editoria si misura anche (e per quanto mi riguarda soprattutto) sul valore delle opere e degli autori che propone. Com’è che per due anni di fila – e altre volte in passato – veniamo a scoprire che siamo gli unici in ambito europeo a non sapere chi siano certe figure?
L’altra considerazione è sul premio per la pace a Obama. Martedì scorso, non so perché me lo ricordo, accendendomi una sigaretta sul balcone, mi sono detto: «Vuoi vedere che lo danno a lui?». Quando due anni fa vinse Al Gore, tutti ci chiedemmo come fosse stato possibile: «Alla fine ha fatto un documentario!» ci dicevamo. Obama ha fatto una serie di promesse, una serie di battaglie ipotetiche e di bellissimi discorsi. Intendiamoci: è una persona che mi ispira fiducia, anche se ho spesso la sensazione – ma forse è un problema mio – che sia un grande presidente in potenza, ma che in atto non abbia ancora cominciato a lavorare. È sicuramente una delle figure più vitali e positive tra quelle che la politica mondiale ha proposto da quando sono al mondo, ma il Nobel per la pace (forse l’unico Nobel più discutibile di quello per la letteratura), nella mia immaginazione, va a chi fa, a chi si sporca le mani. Quando l’hanno vinto Mandela, o Wiesel, o San Suu Kyi, o Menchu, secondo me non c’è stato niente da dire; oggi invece mi sembra che i soldi del premio, che a Obama non servono certo, avrebbero potuto essere girati, chessò, a qualcuno che oltre a lavorare per la pace «sul campo» ne ha magari veramente bisogno. C’è un corollario: per il terzo anno consecutivo il premio va a una carica politica e non a Organizzazioni piuttosto che a solitari paladini dei diritti umani. Questo, visto nell’ottica di chi il premio lo dà, è probabilmente un segnale, e allo stesso tempo, visto nell’ottica di chi il premio lo chiama senza essere degno non solo di detto premio, ma della parola e del rispetto che si devono a un essere umano, è anche uno specchio violento dell’abisso di disperazione e lontananza dal vero in cui l’Italia è ormai affondata.
Di tutte le vergogne di cui si macchia quotidianamente questo paese, di tanto in tanto mi pare che la Lega sia la più vergognosa. Forse è perché la più longeva e la più immediatamente riconoscibile per via dei toni e dei colori. Forse, anche, perché è la più sottilmente volgare e pericolosa per il futuro di questo paese di bestie senza mandriano. Rispetto all’altra vergogna, Berlusconi, la Lega presenta una grossa differenza: mentre il premier è un uomo malato – l’unico uomo malato che non va aiutato – i leghisti sono in larga parte e verosimilmente sani. Fa eccezione Bossi, e tuttora non mi spiego come milioni di persone possano continuare a seguire i dettami di un babbuino che fatica ad articolare le parole e che avendo solo una mano completamente funzionante ha bisogno di qualcuno che lo aiuti ad andare in bagno; ma in generale i quadri e l’apparato di partito sono persone normali, che hanno il problema di essere razzisti, omofobi, stupidotti eccetera ma verosimilmente non sono tutti megalomani né disabili. La Lega è un problema e un pericolo perché contiene, in nuce, le caratteristiche del nazionalsocialismo, a cominciare dalle divise, dall’immediata semplicità del pensiero e degli slogan e dall’appoggio delle classi medie della parte ricca del paese.
Francamente non capisco come sia possibile che le persone che da anni seguono la Lega non si siano ancora stufate di sentirsi promettere il federalismo: è dall’89 che viene detto che il federalismo è lì, è dietro l’angolo. Dall’89. Nel frattempo sono successe moltissime cose, anche in Italia, tranne il federalismo. Non riesco a capire se in loro esiste davvero questa idea, questo possibile sviluppo, questa credenza. Davvero non avete capito che vi stanno prendendo per il culo? Sono passati vent’anni! Non è successo un cazzo e non succederà! In questi vent’anni, vi hanno anche insegnato a odiare Roma ladrona… da Roma.
Se ci faccio caso, mi accorgo che la Lega funziona a periodi di cinque-sei mesi: ogni una-due stagioni, cambiano i ritornelli con cui massacra le orecchie degli italiani. Rimangono ben saldi i principi su cui questi ritornelli si basano: il razzismo, l’omofobia eccetera, ma i contenuti superficiali delle comunicazioni variano, l’attenzione dei media e delle persone viene dirottata su temi sempre un po’ diversi. All’inizio era importantissimo il concetto di terra: la Padania. La Padania è un luogo nero dell’anima, una distopia inventata da Bossi e Miglio, un non-luogo dove convogliare le forze brute della classe media ignorante e produttiva. La Padania è un luogo e un nome inventati per dare una terra a chi non aveva mai pensato di averne. È stato inventato anche il nome: quella che ormai tutti riconoscono come Padània, è la vecchia, cara, noiosa e piatta Padanìa, terra dignitosa solo se vista dall’aereo (perché tutti gli appezzamenti di terra, i campanili, e questa tavola verde segmentata dai fiumi e dai laghi e addossata alle Alpi dall’alto sono belli) e se trasfigurata nei racconti di chi la sa raccontare. La Padanìa – che non esiste come luogo dell’anima, ma solo come luogo geografico: d’altronde che cos’hanno in comune uno di Ferrara e uno di Asti? Uno di Venezia e uno di Varese? Niente. E se hanno in comune qualcosa, tra uno di Torino e uno di Ravenna passa la stessa differenza che passa tra lo stesso di Ravenna e uno che con la Padanìa non ha niente a che fare perché è di Teramo. Poi è diventata importante la secesiùn, subito annacquata in quel concetto di federalismo da sempre brandito come un cavallo di battaglia e mai davvero desiderato. Adesso è il momento del dialetto, l’ultima crociata. Che la Lega abbia dei problemi di orientamento linguistico è cosa nota: basti pensare, appunto, che il suo credo è fondato su un accento errato. È di ieri l’ultima uscita: «Gli immigrati imparino il dialetto per integrarsi» o qualcosa del genere. Frasi di questo tipo, non molti anni fa, avrebbero scatenato un putiferio, la chiesa si sarebbe mobilitata, l’idiota che l’ha pronunciata sarebbe stato bacchettato pubblicamente e costretto a ritrattare. Invece, oggi, i leader di un partito xenofobo possono permettersi di passare l’estate a diffondere odio verso lo straniero brandendo la stele del dialetto come effigie senza che nessuno dica niente. Ma non esiste, il dialetto come principio unificatore. A Saronno si parla una variante del milanese che non è del tutto uguale al milanese; se si sale di venti chilometri, si parla, a Como, una deviazione di questa variante, frammista di ticinese e di vocaboli presi dai recessi del lago. Se vado a Padova, io, padano, non capisco un cazzo, così come un vicentino in gita a Cuneo. L’unità attraverso i dialetti non esiste. Il sogno geopolitico della Lega è un ritorno brutale al feudalesimo. È un salto indietro di centinaia di anni. Non trovo, in questa crociata, nessun fondamento né linguistico, né culturale, né politico, né antropologico. Questa mia convinzione è corroborata da un fatto molto semplice eppure per me fortemente indicativo: la Lega porta avanti da decenni questo ritornello, e lo fa in italiano. Il suo organo ufficiale, La Padània, è scritto in italiano. I suoi comizi e i suoi ritrovi, dal Monviso a Pontida, sono condotti in italiano. I documenti che produce sono in italiano. I suoi leader si rivolgono ai loro elettori in italiano. Dove sta, allora, la forza dirompente della coesione del popolo padano? Su cosa si basa? Sulla lingua italiana. Questo vale anche se si prendono in considerazione le singole città, i singoli paesi: i rappresentanti politici locali della Lega, rivolgendosi al proprio elettorato (con cui avrebbero verosimilmente in comune il dialetto), parlano e scrivono in italiano, infarcendolo di espressioni locali che fanno colore, ma che non sono mai il nerbo linguistico delle comunicazioni. In questo semplice fatto sta, perlomeno in linea teorica, il fallimento di un’idea e di un partito, che tuttavia non fallisce e anzi, è senza dubbio il fenomeno politico più importante degli ultimi vent’anni.
Autori italiani nel mondo dal 1945 a oggi
Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
Una mostra con 20 autori, oltre 500 immagini,
due convegni internazionali e 1500 copertine
24 agosto - 20 ottobre 2009
Apertura riservata alla stampa:
lunedì 24 agosto, ore 12.00
Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori presenta presso la Biblioteca Nazionale Braidense e in concomitanza con il 75° convegno dell’IFLA (International Federation of Library Associations) un percorso nella editoria internazionale che mette in evidenza la diffusione della lingua e della cultura italiane nel mondo nella seconda metà del XX secolo, centrando l’attenzione sugli scrittori italiani più conosciuti e amati all'estero.
La mostra Copy in Italy. Autori italiani nel mondo dal 1945 a oggi si apre presso la Biblioteca Nazionale Braidense il 24 agosto, e propone un approfondimento sul tema della traduzione e della diffusione della produzione intellettuale italiana degli ultimi sessant’anni, facendo il punto con una serie di testimonianze e di lavori critici su alcuni casi emblematici e offrendo una testimonianza del ruolo svolto dalla mediazione editoriale nell’esportazione della cultura italiana nel mondo.
Da Primo Levi a Umberto Eco, da Italo Calvino a Roberto Saviano, da
Grazie al lungo lavoro di ricerca che ha preceduto la mostra, il visitatore può ammirare oltre 1500 copertine, 120 pannelli espositivi, 500 immagini, più di 180 volumi esposti, raccontati da oltre 20 autori.
Premessa teorica del lavoro è un percorso a ritroso lungo la filiera editoriale per analizzare con un approccio innovativo la diffusione della cultura italiana.
Il progetto della mostra ha visto coinvolti: Regione Lombardia, Associazione Italiana Editori, Associazione Italiana Biblioteche, Fondazione Cariplo, Triennale di Milano, Università degli Studi di Milano, Università Bocconi, Politecnico di Milano, Università La Sapienza di Roma.
L’allestimento propone alcuni percorsi individuati tra le migliaia di copertine degli autori italiani tradotti in tutto il mondo, raccolte e catalogate in anni di lavoro, negli archivi privati e nelle biblioteche storiche delle case editrici: un cammino attraverso le “traduzioni visive” legato all’analisi dei flussi di vendita che individuano i generi di maggior successo, le aree geoeditoriali più attente alla produzione italiana, il ruolo delle coedizioni, il rapporto tra import e export grazie ai dati forniti dall’Ufficio studi AIE.
Nella galleria di immagini si incontrano copertine di particolare rarità come quella di Don Camillo e il suo gregge in polacco, stampata in Gran Bretagna e diffusa clandestinamente, o volumi come Il barone rampante di Calvino con dedica del primo traduttore argentino, o le diverse edizioni di Conversazione in Sicilia di Vittorini, che disegnano un’inedita immagine dell’isola.
Altri pannelli hanno come fulcro alcune tematiche fondamentali legate alla diffusione dell’italianità nel mondo: il grande successo del "noir mediterraneo" a livello mondiale, la sorprendente vitalità degli autori italiani per l’infanzia (da Rodari a Stilton!), il ruolo degli agenti letterari e degli editori nella vendita dei diritti, l’editoria religiosa, il ruolo delle trasposizioni cinematografiche, l’eccellenza rappresentata dai libri d’arte e d’architettura.
A lato della mostra, si terranno due convegni internazionali che riguardano autori italiani molto amati anche all’estero:
Il 22 settembre, presso lo Spazio Oberdan di viale Vittorio Veneto 2, a Milano, si terrà il convegno dal titolo Mondo piccolo, grande schermo. La fortuna internazionale di
L’8 ottobre avrà luogo presso il Salone d’Onore della Triennale di Milano, in viale Alemagna 6, La sfida di Camilleri convegno internazionale dedicato a uno degli autori italiani più tradotti, in cui Mauro Novelli animerà il confronto tra alcuni traduttori dello scrittore siciliano come Serge Quadruppani, Moshe Khan, Barbro Andersson e Stephen Sartarelli.
Il catalogo "Copy in Italy. Autori italiani nel mondo 1945- 2009", è edito da Effigie, (17 x 24 con risvolti - pp. 252, 150 immagini, euro 35)
Parallelamente alla mostra della Biblioteca Nazionale Braidense, la Triennale di Milano con La Triennale di Milano nelle lingue del mondo 1933-2009 offre l'occasione a un vasto pubblico non soli di addetti ai lavori di conoscere la Biblioteca del Progetto e la ricchezza del suo patrimonio attraverso una selezione di libri, riviste e materiali grafici che documentano le partecipazioni straniere nelle diverse edizioni della Triennale e il suo processo di internazionalizzazione.
Poche note e sfilacciate. In questo periodo sto lavorando con ritmi e intensità mai provate prima. Si tratta di un progetto molto grosso che sto portando avanti con la Fondazione Mondadori, e che per colpe non nostre ha subito e subisce ritardi pazzeschi a fronte di tempi di consegna prefissati e imprescindibili. Mi ritrovo otto-nove ore al giorno, e spesso anche i sabati e le domeniche, immerso nelle cose da fare. Se non fosse che, per un motivo che non conosco, riesco senza troppi problemi a suddividere il cervello in tante scatole diverse, credo che questo lavoro negli ultimi due mesi mi avrebbe letteralmente travolto. Va da sé che ho lasciato indietro alcune cose, tra le quali quelle più urgenti sono un progetto di ricerca all’università – di cui ho consegnato metà del testo un mese fa e che difficilmente potrò riprendere con cognizione prima di settembre –, il primo amore, e la lettura del manoscritto di un amico, che langue sul pc da aprile e che sto continuando a rimandare perché per quello, al momento, la scatola non c’è.
Nel mezzo, succede che si vive e che succedono delle cose: ad esempio che sto finendo un altro grosso progetto (a cui lavoro fattivamente da otto-nove mesi, ma che preparo da tre anni) e che nel frattempo riesco, con qualche difficoltà, a tenermi aggiornato – benché in modo non ortodosso – sul mondo.
Undici giorni fa a Saronno le elezioni comunali le ha vinte il candidato sindaco di centrosinistra. Da stamattina, il sindaco non c’è più, e si prevede un commissariamento di qualche mese: a primavera si faranno nuove elezioni, e onestamente oggi come oggi credo che il bonus sia stato sprecato e che l’occasione non si ripeterà più. La vittoria di Luciano Porro (con tutte le perplessità che la sua persona e il suo retroterra cattolico mi infondevano) era stata una specie di riscatto per tutti, e soprattutto era avvenuta in condizioni tali per cui o il centrosinistra vinceva questa volta oppure non avrebbe vinto più. Ebbene, il centrosinistra ha vinto, il centrosinistra in questo momento non governa, il centrosinistra non ci sarà più. È successo che, molto «democraticamente», al primo turno il centrodestra aveva preso più consiglieri del centrosinistra, e che dunque in consiglio Porro e i suoi erano in minoranza. Tutti – e dico TUTTI – i consiglieri di centrodestra questa mattina hanno presentato le dimissioni (cosa legittima dal punto di vista della democrazia) e il consiglio è caduto. Il risultato, come ho detto, è il commissiariamento.
Immaginate di vivere nella provincia di Varese. Immaginate di essere circondati da camicie verdi, azzurre quando non nere. Immaginate che all’improvviso e incredibilmente questi subumani siano costretti a fare un passo indietro. E poi immaginate che non è vero niente.
La notizia era nell’aria, ma l’ho scoperta per certa solo ieri sera. Ieri è stato anche il giorno in cui lo stato italiano ha messo fuorilegge i clandestini, è stato il giorno di nuove scosse in Abruzzo e di altri decessi a Viareggio, in quella tragedia così facilmente spendibile come metafora del paese. È stato anche il giorno, ieri, in cui il collega con cui lavoro al progetto a cui accenno del primo di questi paragrafi venendo a una riunione è caduto in bicicletta e si è rotto l’omero destro.
In tutto questo caos di cose e di merda, sempre ieri, Tiz ha vinto il premio Strega, forse uno dei pochi realmente meritati e non baronali degli ultimi anni. Almeno questo. Stabat mater è un bellissimo libro, poetico e forte e musicale e compatto. Tiz è uno di quelli che è riuscito, nella letteratura italiana di questi anni plumbei, a rimanere vero. E vivo.
Gerenzano è un paesotto della sordida provincia di Varese, sufficientemente vicino a Milano per doverne dipendere e altrettanto sufficientemente ottuso da essere governato – da anni e con percentuali sbalorditive – da una giunta leghista. Per fare un esempio tra i tanti, a Gerenzano ogni lunedì pomeriggio è attivo dalle 18,30 alle 19,30 un numero telefonico al quale i cittadini possono rivolgersi per denunciare la presenza di clandestini e individui sospetti all’interno del territorio comunale. In questo, Gerenzano assomiglia pericolosamente a Turate – il paese confinante – dove, anziché un numero di telefono, il Comune ha addirittura messo a disposizione uno sportello dove (mi pare il giovedì) i turatesi possono avvisare le forze dell’ordine della presenza di individui di altro colore e/o religione. Da qualche anno, a Gerenzano, l’organo di informazione cittadina si è trasformato – da periodico comunale che dava spazio alle varie (e oltremodo poche) iniziative sportive, culturali e parrocchiali – in una sorta di megafono della giunta: «Filodiretto coi cittadini» è insomma un periodico che sindaco, assessori e consiglieri di maggioranza utilizzano per raccontare il proprio operato ai gerenzanesi senza possibilità per nessuno di ribattere o di dire la propria (specialmente se questo «nessuno» appartiene allo sparuto gruppo dell’opposizione). Sul n. 1 del maggio 2009 (anno 7) di «Filodiretto» è comparso il seguente articolo, che, nei toni come nei contenuti, mi pare racconti meglio di ogni altra cosa il punto tragico a cui siamo arrivati. La firma, come si vede, è dell’assessore con delega alla sicurezza Cristiano Borghi, che non conosco, ma che so avere poco più di trent’anni. Lo riporto così com’è, senza commentarlo, sorpreso dal fatto che, ormai, affittare una casa possa essere un fiero gesto di opposizione.
[A.T.]
Noi abbiamo chiuso le porte… ma molti gerenzanesi le hanno aperte
Questa amministrazione monocolore leghista, che guida il Comune ormai da diversi anni, non ha mai – e sottolineo mai – agevolato l’afflusso nel nostro paese degli extracomunitari. Tanto è vero che:
- Non ha mai costruito con i soldi dei gerenzanesi case popolari, in quanto vi era il pericolo che ai primi posti della graduatoria, stilata in base a determinati punteggi (redditi bassi, figli a carico ecc.) ci fossero sempre i soliti noti, ovvero le case sarebbero spettate di diritto non, per esempio, ai nostri anziani, ma a persone che non hanno pagato le tasse nel nostro paese non contribuendo, quindi, alla sua crescita.
- A differenza degli altri Comuni del circondario, non abbiamo mai destinato terreni per la costruzione di moschee e destinato edifici come luoghi di culto agli extracomunitari di religione islamica, nonostante ci fossero giunte richieste di questo genere.
- Non abbiamo mai destinato terreni all’interno del Comune di Gerenzano per la sosta, anche solo temporanea, degli zingari: i nomadi che arrivano e sostano all’interno del territorio comunale devono lasciare il paese entro 48 ore.
- Abbiamo contribuito a rivalutare anche dal punto di vista culturale i nostri cortili, attribuendo ad ognuno di essi il vecchio nome utilizzato dai nostri anziani e poi riprodotto su una targa in terracotta posta all’entrata dei cortili stessi. Per rivalutarli dal punto di vista estetico però devono intervenire i proprietari che – in alcuni casi – piuttosto che mettere mano al portafogli e dare una rinfrescata alle proprie abitazioni, hanno pensato bene di venderle o di affittarle agli extracomunitari.
- L’assessore competente, la Polizia Locale e i funzionari degli Uffici Comunali vanno personalmente, casa per casa, a controllare le residenze e le idoneità degli alloggi: tanto è vero che, con le Forze dell’Ordine, abbiamo fatto diversi sgomberi e anche sequestrato ben cinque appartamenti, anche grazie alle nuove leggi molto più severe con l’immigrazione clandestina, approvate recentemente dal Governo.
- Non ha mai favorito gli extracomunitari sotto il profilo dei contributi o dei sussidi economici.
Noi abbiamo fatto e continueremo a fare il nostro dovere… ma i gerenzanesi fanno il loro? Non rendete vani i nostri sforzi: chi ama Gerenzano non vende e non affitta agli extracomunitari… Altrimenti avremo il paese invaso da stranieri e avremo sempre più paura ad uscire di casa!
L’assessore con delega alla Sicurezza
Cristiano Borghi
Tengo tra le mani un grosso libro per bambini in edizione rilegata, pieno di colori, di personaggi e di animali. È l’edizione cinese di un libro italiano, una delle numerose traduzioni della saga di un topo che da molti anni la fa da padrone nelle classifiche di vendita e nell’immaginario dei bambini italiani e stranieri. Sulla sovraccoperta, in basso, un bollo colorato avvisa i suoi piccoli lettori che questo non è un libro normale: è un libro profumato. All’interno ci sono sedici pagine che i bambini italiani e cinesi possono sfregare per sentire, avvicinando il naso, otto puzze e otto profumi: c’è l’odore del cioccolato, ad esempio, o quello della brezza di mare. Quando nella storia compare una fragola, i bambini possono sentire la riproduzione del suo odore. Lo tengo in mano, lo rigiro, lo apro. Ai bambini cinesi interessano le stesse puzze e gli stessi profumi che interessano ai bambini italiani? Io credo di no, l’editoria crede di sì. Ma soprattutto: anche i bambini cinesi sono già arrivati al punto in cui gli odori, per sentirli, se li devono far comprare?